| Fondazione Luchetta Ota d\'Angelo Hrovatin
|
|
|
| Editoriale
|
|
Ho assistito più volte alla raccolta dei rifiuti a Prosecco-Contovello (i cassonetti posti vicino alle abitazioni sono differenziati in rifiuti di plastica e lattine, rifiuti di vetro e rifiuti di carta); ho però notato che gli addetti al ritiro dei rifiuti scaricano tutti i cassonetti nello stesso camion, rendendo quindi inutile il lavoro che i cittadini fanno per separare i rifiuti che si potrebbero riciclare con evidenti risparmi. Evidentemente qualcuno ha dato istruzioni in tal senso; mi sfugge però il senso di queste istruzioni. C'è qualcuno che me lo può spiegare? Carlo Quattrociocchi
Gentile redazione, ( ......) io e la mia famiglia (mio marito e mio figlio, di quasi due anni) abitiamo in un appartamento in affitto in un palazzo del centro di Pordenone. Lo stabile, come molti altri in città, non è collegato all'acquedotto comunale ma ad un vecchio pozzo che fornisce acqua non potabile: dalle analisi risulta inquinata da atrazine da almeno un anno e mezzo. Al di là del fatto che un contratto di locazione non è valido quando non sono presenti tutti i requisiti di abitabilità (tra i quali, ovviamente, l'acqua potabile), pare che proprietari degli immobili, amministratori di condominio, AUSL e giunta comunale non abbiano alcuna intenzione di risolvere il problema, dato che tutti ne sono a conoscenza. Aggiungo che al pian terreno del palazzo in cui abito è situato un bar (...) che prepara ai clienti caffè con acqua inquinata, aperitivi con ghiaccio al pesticida, ecc. ecc. Insomma, per tanti pordenonesi il denaro è più importante della salute, nonostante l'allacciamento all'acquedotto non comporti una spesa ingente. E nonostante sia un obbligo non rispettato. Se mi rivolgo ad un avvocato, per quanti anni dovrò cuocere il riso con l'acqua minerale, considerando i tempi della giustizia in Italia? Credete sia facile impedire a un bimbo di 21 mesi che fa il bagnetto (o che gioca, o si lava i denti) di mettere l'acqua in bocca? Potete aiutarmi a denunciare la situazione? Elisabetta P.
Da qualche tempo, le lettere e le e-mail che arrivano a Konrad stanno aumentando costantemente: complimenti, commenti, qualche critica, a volte solo due righe per salutarci. Ma ci giungono anche lettere di denuncia. Come le due che avete appena letto. Caro Carlo e cara Elisabetta, no, adesso non ho risposte alle vostre domande. Quello che però Konrad si impegna a fare è un’inchiesta giornalistica sulle vicende da voi segnalate. E le pubblicheremo a fine gennaio. Sì, perchè come ogni anno, noi facciamo pausa e saltiamo il numero di dicembre. Però qui di seguito troverete un piccolissimo regalo: la tabella per risolvere ogni problema che dovesse presentarsi. Circola in forma anonima da qualche settimana e ci piacerebbe che l’autore o l’autrice si facessero vivi, per sentire e pubblicare la loro opinione su Trieste, sui triestini.  Intanto, la redazione e i collaboratori di Konrad augurano buone feste a voi e alle persone che vi sono care.
Luciano Comida
|
| LA VITA in bilico
|
|

Una cosa almeno è certa: a prendere per i capelli la vita in equilibrio precario sul davanzale del mondo, se proprio ci teniamo, dobbiamo pensarci noi, tutti noi apparentemente senza potere. Gorbaciov che negli stessi giorni con la sua fondazione discuteva a Torino sulle possibilità di una politica mondiale, ha affermato con totale onestà che la politica è in crisi e necessita dell’aiuto della società civile. Aiuto è un termine carico di valenza positiva. I tempi sono tali da non consentire lo spreco di energie nella contrapposizione per quanto motivata e più che legittima. È il momento di diffondere nel mondo con la massima urgenza, l’incanto di un sogno collettivo che ha il sapore del miracolo e il fascino trascinante dell’utopia. È già successo che imprese considerate impossibili siano riuscite nel loro intento. Basti ricordare il sogno di Gandhi o quello di Martin Luther King o di Nelson Mandela. E internet è l’opportunità che ci consentirà di farlo deflagrare ovunque si dispieghi la rete informatica. Anche le tre giornate di Rimini, impegnative e intense, sono in pratica giunte alla stessa conclusione puntando tutto sulla responsabilità personale e sulla umana creatività. Dobbiamo inventare nuove strade. Gli appelli sempre più drammatici degli scienziati sono rimasti inascoltati a livello politico, le scelte fatte spesso disattese, i provvedimenti confinati a interventi così limitati da essere ininfluenti per la soluzione di problemi di portata mondiale. E il paradosso di tutta la faccenda sta nel fatto che saremmo in grado già oggi di sfamare tutta la popolazione della Terra e anche di più, che possediamo le conoscenze e la tecnologia necessarie a rispettare l’equilibrio ecologico del pianeta e a garantirne il futuro. Sembra invece che l’unica preoccupazione dei politici sia quella di far girare l’economia assurta al ruolo di entità tirannica a cui bisogna assolutamente inchinarsi. Perché costei sia florida si devono depauperare le risorse della Terra per poi ingozzarla di rifiuti, avvelenare l’atmosfera e alterare il clima con risultati catastrofici. Ma questo ancora non basta, bisogna aggiungere lo sfruttamento massiccio di altri esseri umani, bambini compresi, e anche le guerre, immolando così sull’altare di questa egoistica divinità, la dignità dell’uomo e la sua presunta civiltà. Nel suo nome la politica confonde i colori, destra e sinistra perdono di significato e pure la democrazia, visto che questa divinità sempre in agitazione, crea ovunque e non solo nelle dittature, indecenti sperequazioni nella distribuzione dei beni. Ecco, il mondo sembra ridotto a un enorme Luna Park dove i più abili nella mira conquistano i peluches, mentre altri urlano di terrore sulle Montagne Russe o nel Tunnel delle Streghe ed altri ancora prendono d’assalto le giostre del Calci in culo, dove i migliori non si accontentano del volo consentito dalla forza centrifuga e s’impegnano e per agganciare il seggiolino che li precede. Oggi dunque l’Umanità si trova di fronte a un bivio cruciale ( ed è la scienza a dirlo), ma coloro che hanno provocato il disastro mettendo in moto forze che non erano in grado di controllare, pur consapevoli, non sanno ora come uscire dall’ingranaggio. Ecco perché nella scelta di salvare il nostro futuro entra in gioco ciascuno di noi. Isabelle Stengers, una filosofa belga, dice che la fiducia cieca nel progresso ormai appartiene al passato così come l’idea che i nostri padroni (sic) siano saggi, però a questo punto la disperazione o il cinismo sono atteggiamenti che non conducono a nulla e quindi bisogna attivare una capacità collettiva di reazione. Afferma che il cittadino comune può essere in grado di resistere quando diventa consapevole della posta in gioco. Insomma alla vita che ce la sta chiedendo, una risposta la dobbiamo proprio dare perché “una mancata risposta sarà comunque una risposta” Non posso chiudere questo discorso senza condividere con i lettori attenti di Konrad un momento particolarmente toccante del convegno. La relatrice Miriam Were, un medico e professore universitario africano proveniente dal Kenia, da anni impegnata a favore della sua gente, in quel consesso di cattedratici tutti di un pezzo, ad un certo punto del suo discorso, ha perso il controllo scoppiando a piangere suo malgrado. È successo mentre ci stava raccontando di quante creature aveva visto morire. Quella immensa folla sofferente alla fine l’ha sopraffatta. Fino a quando noi potremo sopportarla Rimini è la città che mi ha vista crescere e diventare donna tra le sue strade cariche d’arte e di storia, vicino al mare che sapeva confortare le insicurezze di una adolescenza alquanto solitaria e schiva. Il mio mare l’avevo sempre visto al livello della mia altezza, in questa occasione ho potuto guardarlo dall’alto del balcone dell’albergo che mi ospitava. Era l’alba di una di quelle ultime tiepide giornate di sole. Sono rimasta incantata di fronte alla lunghissima e calma striscia d’argento confinante con la spiaggia deserta. Mi ha ricordato quella su cui approda il gabbiano Jonathan Livingston quando la sua anima trasmigra in un'altra dimensione. Poi anche un passerotto è venuto a posarsi sulla ringhiera e tutto intorno c’era una gran pace. Io non voglio che tutto questo possa finire, che altri dopo di me non possano provare le stesse sensazioni, lo stesso amore. E voi, cari amici, cosa decidete?
Giovanna Falcioni
“La vita in bilico” è il titolo di un libro di Niles Eldredge, paleontologo e biologo statunitense noto per i suoi studi sulle cinque grandi estinzioni.
|
| Lunga vita al metano O NO?
|
|
Il dibattito sui rigassificatori ha permesso di far conoscere questioni tecnologiche e scientifiche per lo più poco note. Ne è risultata un’importante crescita culturale e civile, grazie alla competenza di coloro che sono intervenuti sui vari aspetti della questione (economia, ambiente, sicurezza, ecc.), ma anche alle domande che molti cittadini si sono posti su questi temi. Tutti si rendono conto che la problematica “rigassificatori sì o no” ed eventualmente “dove” è estremamente complessa. Quando si devono prendere decisioni in un sistema complesso, è indispensabile mettere i diversi aspetti in una scala di importanza, in modo da poter valutare e decidere in base alle vere priorità. Nel caso dei rigassificatori, nonostante la serietà del dibattito, sembra che sia stato dimenticato l’elemento che a mio parere è prioritario.
Per quanto tempo il petrolio e il metano? Pochi si rendono conto che il petrolio, la principale fonte energetica, ha raggiunto il massimo della sua velocità di estrazione, che nei prossimi anni sarà in progressivo calo (vedi grafico).

Il petrolio cioè non sta finendo, ma sarà sempre più raro e quindi sempre più caro. Oggi il suo prezzo, pur alto, è tenuto sotto controllo dai produttori (Paesi e Compagnie) per evitare che un aumento eccessivo orienti gli investimenti verso altre fonti energetiche. Ma presto, inevitabilmente, salirà ancora, diventando merce per pochi. La crisi energetica di cui siamo alla vigilia potrà essere tamponata, almeno in parte, dall’uso del metano, il cui picco di produzione è ancora relativamente lontano: 20 o 30 anni. Con i recenti accordi tecnico-politici con la Russia e l’Algeria, poi, sembra che il nostro Paese sia in una botte di ferro. Lunga vita al metano, dunque? E quindi via a nuovi gasdotti, via alla costruzione di impianti di rigassificazione… o c’è qualcosa che ci sfugge?
La grande svista Nel dibattito abbiamo dimenticato il riscaldamento del Pianeta, che sta provocando mutamenti climatici tanto evidenti oggi, quanto poco prevedibili o sottovalutati solo pochi anni fa. E’ ormai provato che la temperatura media della superficie terrestre è relazionata alla concentrazione nell’atmosfera dei gas cosiddetti climalteranti, che accentuano l’effetto serra naturale. Il gas climalterante a maggiore concentrazione, e pertanto a maggiore effetto, è la CO2, che viene prodotta non solo dagli esseri viventi, ma anche in tutti i processi di combustione. La combustione è la trasformazione chimica più diffusa per ottenere energia: si bruciano carbone, derivati del petrolio e/o metano nelle centrali termoelettriche, derivati del petrolio e/o metano oppure altri combustibili per il riscaldamento, derivati del petrolio per far muovere i veicoli a motore. Si tratta di capire se possiamo permetterci di usare la combustione, quindi se possiamo continuare a produrre e immettere nell’atmosfera le enormi quantità di CO2 che ora produciamo. Oggi la concentrazione volumetrica di CO2 nell’atmosfera è di circa 380 parti per milione (ppm), una concentrazione che, in base a rilevamenti scientifici accurati, non è stata così elevata almeno negli ultimi 400mila anni. La CO2 che le attività antropiche immettono nell’atmosfera fa aumentare la concentrazione di quasi 3 ppm all’anno. Diversi studiosi, anche tra coloro che qualche anno fa ritenevano che si potessero raggiungere concentrazioni di CO2 tra le 500 e le 600 ppm senza grossi danni, oggi indicano il valore di 400 ppm il limite oltre il quale potrebbero verificarsi mutamenti climatici irreversibili. La vera emergenza, di cui ci stiamo dimenticando, forse per un rifiuto collettivo della realtà, è questa: abbiamo meno di un decennio, o forse solo 4-5 anni, per evitare non un tracollo momentaneo dell’economia, ma la catastrofe per l’intero Pianeta e chi ci vive, qualcosa di peggio di una catastrofe nucleare.
Il metano, un palliativo temporaneo Dato che il metano è la fonte fossile da cui, per ottenere la stessa quantità di energia, si produce la minore quantità di CO2, se non vogliamo un tracollo improvviso dell’economia con l’imminente crisi del petrolio si può pensare ad un incremento del metano come fonte energetica: però questo passaggio deve essere considerato solo un palliativo temporaneo. Credere di poter utilizzare il metano per decine d’anni è illusorio. Non ne abbiamo il tempo: se continuiamo così, prima del metano (ed anche prima del petrolio) finirà la Terra come la conosciamo ora e con lei la specie umana.
Che fare? Si tratta innanzitutto di incentivare il risparmio energetico, migliorando il rendimento di tutti i sistemi che producono energia dalle fonti fossili (motori per veicoli, caldaie, ecc.) e incrementando la diffusione di tecniche a basso consumo di energia (cogenerazione, trigenerazione, ecc.). Ma soprattutto si tratta di dare finalmente un forte impulso e diffusione alle tecnologie, in gran parte mature, che permettono di ottenere energia da fonti rinnovabili: soprattutto il solare termico, il solare fotovoltaico e l’eolico. E’ in questi campi che devono essere diretti gli sforzi e i finanziamenti pubblici. Costruire oggi, alle soglie di un’emergenza ambientale senza precedenti e prevedibilmente catastrofica, mega impianti che utilizzino fonti fossili per ottenere energia sarebbe invece una scelta tragicamente miope e sconsiderata.
prof. Franco Del Ben docente universitario
|
| CI SALVA solo la bora
|
|

Sempre lontana la soluzione del problema dell'inquinamento prodotto dalla Ferriera di Servola
La legge fissa a 50 microgrammi per metro cubo il limite per la concentrazione nell'aria di polveri sottili (le cosiddette PM 10), uno degli inquinanti più pericolosi, al quale si stima siano da attribuire alcune migliaia di morti ogni ogni anno in Italia. Se questo limite viene superato (com'è già successo negli anni scorsi) – in un Comune o parte di esso - per più di 35 giorni all'anno, la Regione dovrebbe predisporre un “piano di risanamento della qualità dell'aria”, per riportare i valori di polveri al di sotto del limite. Le fonti che emettono le PM 10 sono note: traffico motorizzato, industrie, impianti di riscaldamento, con contributi percentualmente diversi a seconda delle zone e dei periodi dell'anno (in estate, com'è ovvio, le fonti si riducono al traffico e alle industrie). Fa quindi riflettere che nei soli tre mesi tra la metà di giugno e la metà di ottobre di quest'anno, le centraline per la misura della qualità dell'aria di Trieste abbiano fornito i seguenti dati: piazza Libertà 3 superamenti del limite di 50 microgrammi/metro cubo, via Svevo: 14 superamenti, via Pitacco 12 superamenti, via Carpineto, 6 superamenti e Muggia 11. Le quattro ultime centraline sono quelle più vicine o (nel caso di Muggia) più direttamente interessate dalle emissioni della Ferriera di Servola, mentre in piazza Libertà prevale il contributo del traffico. Nei tre mesi considerati il contributo degli impianti di riscaldamento era inesistente. Superamenti a parte, la media dei valori rilevati nelle centraline considerate è stata, in quei tre mesi, la seguente: piazza Libertà 39 microgrammi/metrocubo, via Svevo 51, via Pitacco 51, via Carpineto 39, Muggia 49. Il valore medio annuo da non superare è fissato dalla legge in 40 microgrammi e quindi, come si può vedere, perfino nel periodo estivo – teoricamente più “tranquillo” sotto il profilo dell'inquinamento – questo limite è stato superato in tre centraline su cinque, mentre le altre due lo hanno sfiorato. A partire dal 2009 la media annua da non superare scenderà a 20 microgrammi per metro cubo. In tale contesto, sulla principale fonte puntuale di PM 10 esistente, non soltanto a Trieste ma in tutto il Friuli Venezia Giulia, vale a dire la citata Ferriera, continua un indegno balletto. Da anni, ormai, Regione, sindacati e proprietà dello stabilimento disquisiscono a vuoto sul fantomatico “piano industriale” che dovrebbe chiarire il futuro dell'impianto sia sotto il profilo socio-occupazionale, sia dal punto di vista ambientale. Si dovrebbe in sostanza decidere quali e quanti investimenti saranno necessari per garantire un eventuale futuro alla Ferriera ed a quanti ci lavorano, nel rispetto della salute di coloro che ci vivono attorno. Il piano però a tutt'oggi non esiste, benchè i proprietari dello stabilimento (la russa Severstal, uno dei big siderurgici mondali) realizzino ottimi profitti soprattutto grazie al coke, prodotto ed esportato in grande quantità data la congiuntura positiva del mercato mondiale dell'acciaio. Nel frattempo il Comune di Trieste, che sembra ricordarsi della Ferriera soltanto in occasione di qualche “sparata” elettorale del sindaco Dipiazza, aveva fatto un passo nella direzione giusta, con la consulenza affidata ad un gruppo di esperti universitari che aveva cominciato finalmente un lavoro serio di analisi scientifica sulle problematiche ambientali (PM 10 e non solo) e sulle soluzioni possibili. Consulenza però non rinnovata dopo la rielezione del sindaco la scorsa primavera... I sindacati, dal canto loro, si appiattiscono di fatto sulle posizioni della proprietà: neanche uno sciopero è stato indetto per rivendicare investimenti a tutela dell'ambiente e della salute, benchè lo stabilimento - come detto - macini fior di profitti!. Neppure la recente procedura di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), avviata di recente e che dovrebbe concludersi nel maggio 2007, ha portato novità. La relazione consegnata dalla Severstal alla Regione, contiene infatti soltanto indicazioni generiche sugli interventi previsti in campo ambientale, senza garantire un effettivo miglioramento delle condizioni legate all'attività dello stabilimento. Di qui la richiesta del WWF, che ha presentato osservazioni nell'ambito della procedura AIA, di interventi sull'impianto che affrontino davvero i nodi di fondo e consentano di ridurre le emissioni inquinanti più pericolose. Oltre alle PM 10, esiste infatti anche il problema delle diossine (che nessuno aveva pensato di misurare fino alla denuncia del WWF alla fine del 2004) e degli idrocarburi policiclici, cancerogeni (mai misurati correttamente dall'ARPA). Visto l'atteggiamento dilatorio della proprietà, questi interventi devono essere imposti dalla Regione, prima del rilascio dell'AIA. Altrimenti, osserva il WWF, l'unica cosa seria da fare è imporre la cessazione completa dell'attività della Ferriera entro la data già fissata del 2009. Inerzia e noncuranza imperano anche nell'atteggiamento dei vari enti pubblici “competenti” rispetto alle altre fonti di inquinamento (traffico in primis). Per ora resta soltanto, quindi, da sperare nella bora, che per fortuna nel periodo invernale soffia abbastanza spesso e rappresenta, in definitiva, il “presidio ambientale” più efficace a tutela dell'aria.
Dario Predonzan
|
| IO DIFENDO la ferriera
|
|

Nonostante l'invasione della plastica, molti degli oggetti che usiamo quotidianamente sono fatti di metallo, quello stesso che esce ogni giorno dagli stabilimenti siderurgici. Su questo dovrebbero riflettere quanti vorrebbero far chiudere a tutti i costi la Ferriera di Servola, senza contare che lo stabilimento in questione dà ancora lavoro a centinaia di persone. Esistono essenzialmente due categorie di libri che trattano delle fabbriche e delle industrie, senza contare le autostrade, le ferrovie e le altre meraviglie create dall' "homo faber". Ci sono quelli agiografici, che parlano solo dei finanziatori, degli architetti e degli ingegneri che hanno contribuito alla costruzione degli opifici e delle grandiose opere che vi sono state realizzate. Sono libri lussuosi, ben rilegati, pieni di llustrazioni ed i loro autori sono considerati delle vere colonne della società. Poi ci sono gli artisti che hanno deciso di stare dall'altra parte, dedicando la loro vita alla difesa della classe operaia. Il fotografo Walter Slatich appartiene senz'altro a questa seconda categoria. Mercoledì 18 ottobre è stato presentato al pubblico il suo ultimo libro fotografico dedicato alla Ferriera di Servola. L’autore è nato a Trieste da famiglia operaia, ma vive e lavora a Roma. E’ stato autore di diverse mostre fotografiche e documentali nella provincia di Trieste e di Roma. Definito da alcuni "fotografo-ricercatore", ha realizzato nel 2000 una mostra itinerante ed un libro fotografico sulla Risiera di San Sabba. Nel 2004 al Museo del Mare ha avuto molto successo le sua esposizione intitolata “Acqua in Bianco e Nero“. In questo suo ultimo libro egli cerca di analizzare la realtà della fabbrica e delle persone che vi lavorano. Complimenti per l'alta qualità dell'opera alla casa editrice Battello Stampatore, la stessa che nel 2001 aveva curato il libro “STALAG 339“ dedicato alla Risiera di S. Sabba. Il il libro di Walter è stato realizzato con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e dell’Istituto di Credito Cooperativo del Carso. Ricorrono nelle fotografie di Slatich, tutte rigorosamente in bianco e nero, immagini disumanizzanti di enormi cumuli di carbone e scorie assieme a forme ingrandite e sgranate di infuocati ed incomprensibili manufatti d’acciaio, quasi la fabbrica fosse un ambiente alieno dove gli uomini devono lottare per sopravvivere. In contrasto i ritratti degli operai al lavoro sono realizzati per la maggioranza in formato molto piccolo, tanto da perdersi nella bianchezza della pagina, e sembrano voler comunicare la piccolezza dell’uomo di fronte agli strumenti mostruosi di sfruttamento con i quali è costretto a coesistere. Onore infine all’artista Ugo Pierri, noto poeta e pittore inediale, che ha curato con amore e partecipazione l’impaginazione del libro riuscendo a dare un’ulteriore valorizzazione al già splendido lavoro documentaristico del fotografo Walter Slatich. A tutti i presenti è stato fatto il gentile omaggio di una forchetta di acciaio inossidabile fabbricata con il metallo uscito dalla Ferriera di Servola. A Trieste esiste un grosso movimento d'opinione che vorrebbe far chiudere la Ferriera, e ciò mi procura molta tristezza. Sono passati solo 12 anni da quell'ottobre 1994 quando buona parte della città si mobilitò in difesa dello stabilimento siderurgico. Mi domando dove fossero allora tutti i contestatori. Se la Ferriera era un ambiente talmente mortifero, perchè tante persone a quel tempo scesero in strada per difenderla? Oltre al recentissimo libro fotografico di Walter Slatich, sulla Ferriera esistono anche altre importanti opere, come il libro "Cinque giorni in Regione" di Livio Morpurgo (La Mongolfiera 1995) appassionata cronaca delle giornate di lotta del 1994, e anche "La Ferriera in città" con le bellissime fotografie di Oliviero Bertuzzi, stampato nel giugno 2005 a cura del circolo aziendale della Ferriera di Servola. Quando guardo quelle pubblicazioni con le foto di tutte le migliaia di persone in piazza in difesa della Ferriera, e penso a tutto quello che è successo dopo, mi viene da piangere. Ma veramente l'opinione pubblica è tanto ondivaga che in pochi anni può essere condizionata da qualche venditore di fumo in modo tale da mutare radicalmente orientamento? E chi è quel criminale che sulla fine degli anni '50 ha autorizzato la costruzione di centinaia di abitazioni a pochi metri da uno stabilimento siderurgico? Ricordiamoci che dopo la chiusura dei cantieri navali e delle raffinerie, a Trieste una delle poche fabbriche di grosse dimensioni ancora esistente è la Ferriera di Servola, che nel 1997 ha festeggiato in pompa magna assieme a tutta la città il centenario della propria inaugurazione. Ottimo il volume stampato in quell'occasione, con ampi spazi dedicati ai lavoratori ed agli abitanti di Servola, purtroppo rapidamente sparito dalla circolazione ed oggi quasi introvabile. Certo che la Ferriera inquina e puzzicchia parecchio, ma sono cose che ha sempre fatto da cento anni ad oggi, e nessuno fino a 10 anni fa si era lamentato più di tanto. Credo perciò che il recente accordo addivenuto fra la magistratura locale e la proprietà dello stabilimento per la riduzione dell'emissione di polveri e fumi nocivi. sia una cosa molto positiva. Quanto alle patologie da inquinamento, i cittadini non devono preoccuparsi più di tanto: per rischiare un tumore ai polmoni non è necessario aver vissuto cinquant'anni vicino alla Ferriera. Basta respirare i gas di scappamento delle automobili che ogni giorno assediano il centro di Trieste.
Gianni Ursini
|
| La Venezia dell\'anima
|
|

Si può da poche, vaghe parole captate per caso costruire un’intera storia? Si può dal timbro di una voce ricostruire una persona, nella fattispecie una donna, ed innamorarsene? È così che accade nel romanzo “Il ponte della solita ora”, ambientato a Venezia, ultima fatica del veneziano Alberto Ongaro. Un misto di caso, fantasia a briglia sciolta, logica e fortuna portano il protagonista ad invischiarsi in uno strano intreccio di amanti, gelosie, di fatti di cronaca e questioni private. Ma più che invischiarsi pare che sia lui stesso a creare la storia. Per lui, Francesco Soria, lasciar galoppare la mente allo stato brado è quasi una malattia professionale. Compositore di colonne sonore, spesso per lavoro da pochi brandelli di sceneggiatura deve ricostruire un’intera storia, impiegando la logica e la sensibilità. Il suo talento è quella sorta di “senso della rotondità”, che fa sì, che dato un piccolo arco di cerchio si riesce a ricostruire l’intera circonferenza. Proprio come nel classico gioco “unisci i puntini”, solo che in questo caso non ci sono nemmeno i puntini. Per il protagonista fare l’investigatore non è un mestiere, è una necessità mentale, è un’inclinazione naturale del suo pensiero. Davanti ad un fatto anche banale il suo cervello non riesce a stare fermo, non riesce a resistere alla tentazione di prodursi in mille congetture. Ed è così che da una breve e casuale interferenza telefonica nasce il tutto. Interferenza che Francesco legge come profondamente significativa per la sua vita. Giorno dopo giorno, pensiero dopo pensiero quella voce femminile prende forma nella sua mente. E nel suo cuore. Dopo alcuni pedinamenti il suo chiodo fisso prende l’aspetto di una giovane donna che passeggia per Venezia, con relativo cane. Poi di congettura in congettura e di appostamento in appostamento la storia si complica, si arricchisce di comparse, finché nell’intreccio entra persino un delitto. Un fatto di sangue in cui i colpevoli potrebbero essere tutti e nessuno, ma che ha la funzione di unire fatti e persone che altrimenti sarebbero slegati fra loro, e che mai sarebbero giunti a contatto gli uni con gli altri. Ma comunque si svolgano le cose, la natura eterea ed immateriale della donna amata permane intatta fino all’ultima riga della storia. Eppure la sua presenza virtuale riempie come null’altro la vita di Francesco Soria. Poche battute, qualche sguardo e una stretta di mano è tutto quello che i due si scambiano. Ma Francesco, forse ancora più che di una storia d’amore, concreta e “normale”, aveva bisogno di un punto focale, di un polo nord per non smarrirsi nei suoi stessi pensieri. Oppure ne aveva bisogno proprio per il gusto di perdersi nelle bufere interiori, del dubbio della ragione e del sentimento. Come per il protagonista del romanzo, anche per noi l’agire coincide spesso con l’immaginare, con il sognare. È il continuo proiettare i nostri sogni, le paure e i desideri che si fa sì che si crei la storia in cui viviamo. Questo è l’aspetto femminile del nostro approccio con il mondo, più nascosto e delicato, opposto e complementare con il più maschile ed esplicito “fare”. Importante è trovare il personale equilibrio tra questi due aspetti, senza esagerare con l’uno e con l’altro, e fare in modo che non si trovino in conflitto. C’è una differenza tra il protagonista e gli altri personaggi del racconto. Questi ultimi, infatti, anche se appaiono dotati di corpo e volontà al pari di lui, sembra quasi non riescano mai a materializzarsi del tutto. Forse perché fantasticando sulla loro vita e sulle loro storie Francesco Soria esorcizza i suoi vuoti, la sua sensazione di marginalità, come uno scrittore che ha necessità di scrivere i suoi romanzi per sentirsi vivo e vero. Un palliativo, più che un rimedio, perché poche cose come l’arte dello scrivere danno l’idea di essere a propria volta il personaggio di un’opera letteraria. È antico come l’umanità il mito del “Grande Sogno”, nel quale tutto il cosmo sarebbe immerso. E anche noi, come il protagonista, e come il dio che sta sognandoci in questo momento, sognamo. A volte le nostre proiezioni paiono realizzarsi, quando combaciano con il sogno divino. Altre volte il sogno nel quale ci troviamo pare portarci dove non vorremmo, ed è allora che soffriamo. Teniamolo presente: qualunque cosa ci accada, è solo un sogno. Siamo solo sognatori all’interno di un sogno, e la natura ultima della realtà è una catena infinita di sogni concentrici senza capo né coda, un inestricabile labirinto nel quale è inevitabile smarrirsi. Ed è bello perdersi tra un sogno e l’altro, tra una Venezia e l’altra, tra calli e canali, nella Venezia dell’anima e quella di questo libro.
Alberto Ongaro - “Il ponte della solita ora”, edizioni Piemme 2006, €12,90
|
| L'incoscenza di Zeno
|
|
Ci incontriamo in un caffè, ma dopo poco ne usciamo, entrambi vittime del tabagismo e di un proibizionismo che Zeno non riesce a comprendere. La bora si porta via le nostre parole, mentre passeggiamo lungo le rive. Signor Cosini, dovremmo smettere di fumare, se non altro d’inverno. Lo dice a me, che da un’intera vita non faccio altro che smettere? Le confesserò che finora avevo intervistato soltanto autori: è la prima volta che intervisto un personaggio. E come mai ha scelto proprio me, per cominciare? Penso che un po’ sia per un processo spontaneo di identificazione, intervenuto fin dalla prima lettura del suo romanzo, quand’ero ancora un ragazzino, ma poi anche perché lei riesce a mettere sempre una garbata ironia anche in vicende che altri giudicherebbe drammatiche. Sa, io credo che non io, ma la vita sia ironica, proprio come mi pare di aver compreso che la malattia non è dell’individuo, ma in effetti è del mondo. È un po’ l’epilogo del romanzo, dopo che per tutti gli otto capitoli, cioè per tutta intera la mia vita, mi ero affannato a ricercare con ogni mezzo, psicoanalisi compresa, la via della salute. Ma è improprio chiamarlo romanzo: come sa, si tratta di una serie di appunti che avevo preparato per il dottor S., il mio psicanalista, che li ha invece pubblicati per vendicarsi, come lui stesso dice, della mia decisione di interrompere la terapia. Lei rappresenta una novità nel panorama letterario italiano, anche a ragione di queste cose che osservava: si può dire che con lei, col suo collega Mattia Pascal, concepito all’altro lato dell’Italia da Pirandello, nasca la letteratura del XX secolo. Dice? Sarà… al momento della pubblicazione di quelle mie note che lei chiama romanzo il panorama letterario italiano è dominato da Gabriele d’Annunzio, che certo inventava personaggi assai diversi da me o da Mattia Pascal… Ciò non fa che accentuare gli elementi di novità che lei porta con sé. La sua attenzione alla psicanalisi, ad esempio… Come comprenderà bene, vista l’attenzione con la quale ha voluto leggere le mie note, è una cosa che non ho mai preso del tutto sul serio… Come null’altro, del resto. Beh, forse. Del resto non è per caso che tutto abbia avuto inizio dalla psicanalisi. In quegli anni, a Trieste, eravamo molto più a conoscenza delle teorie di Freud di quanto fosse il resto d’Italia. Per me, gli incontri col mio dottor S. costituirono un buon pretesto per riflettere su quanto ho fatto, nella mia vita. Su quanto, soprattutto, non ho fatto. Svevo aveva inteso fare di me un inetto, com’erano i protagonisti dei romanzi che avevano preceduto il mio, Una vita e Senilità. Anche loro, erano incapaci di vivere, ma erano più di me legati ad una concezione positivista, anche darwiniana, se crede. Con la mia nascita, l’invenzione di Svevo si orienta decisamente nel senso di costruire una storia “esistenziale” abbandonando del tutto l’idea di una storia “sociale”. Io, per parte mia, ho fatto – ho soprattutto pensato di fare – di tutto per scrollarmi di dosso quell’inettitudine, senza tuttavia riuscirvi. Questo in definitiva non è vero: lei si convince di essere innamorato di Ada, finendo poi per sposarne la sorella Augusta, ma alla lunga si rivela quella la scelta più appagante. Oppure sembra essere negato per ogni speculazione commerciale, ma finisce per salvare il salvabile del patrimonio di sua cognata, alla fine si arricchisce con una guerra che ha ridotto alla miseria molti altri, apparentemente meno ingenui di lei. Lei individua ciò che ha appena detto in quanto lo fa alla luce di ciò che sa, ossia di quanto io ho scritto. Però quando scrivevo ero un uomo diverso da quando vivevo le cose di cui scrissi: il fatto è che ora che sono guarito, alle soglie della vecchiaia, so che è il mondo ad essere malato, ma so anche che esso è governato dal Caso, da un Caso spesso buffo, o se crede burlone. Il Caso che m’induce a sbagliare funerale, quello che mi ha fatto scegliere la donna giusta mentre avrei desiderato quella sbagliata. È un po’ come la lavanderia che ho consentito a mia moglie di far edificare. Anche se lei non lo saprà mai, quella mia condiscendenza era figlia dei sensi di colpa che avevo per la mia relazione con Carla. In effetti, come penso ogni volta che ci passo davanti, è Augusta che la volle e Carla che la consentì. Ci accendiamo un’altra sigaretta, facendoci reciprocamente scudo contro il vento, mentre continuiamo la nostra conversazione dirigendoci verso la Sacchetta. Walter Chiereghin
|
| La Vignetta di Colucci
|
|
|
| Ma il bio è veramente bio?
|
|

Sul biologico se ne sono dette ormai di tutti i colori, ma la discussione e la confusione regnano ancora sovrane. Per questo motivo siamo andati a trovare Carina, la responsabile del negozio Naturasì di Trieste.
Susanna: Oramai (quasi) tutti sanno che la produzione del biologico viene controllata; quello che forse non è ancora chiaro è la frequenza dei controlli e se sono programmati. Carina: I produttori e i distributori di alimenti biologici ricevono 4 visite all’anno dagli enti di controllo e sono soprattutto visite a sorpresa. Nel caso dei distributori, il controllo avviene con il prelievo ed analisi di alcuni prodotti scelti a caso nel negozio. Noi di Naturasì siamo favorevoli a questa trafila, in quanto ci permette di avere la certezza che quello che vendiamo è effettivamente di qualità. S: Parliamo di inquinamento: le falde acquifere risultano inquinate come anche le piogge. Che senso ha allora parlare di alimenti prodotti con metodo biologico? C: Per prima cosa sia terreni che acque vengono controllate periodicamente proprio per evitare di inquinare il prodotto finale. Secondariamente ci tengo a ricordare che gli alimenti convenzionali oltre alle eventuali impurità portate dalle acque di irrigazione e dalla pioggia sono trattati con insetticidi, anticrittogamici, erbicidi (tutti contenenti metalli pesanti) e vengono concimati con concimi chimici. Un altro importante aspetto di chi crede e pratica il biologico è la necessità di contribuire con le pratiche agricole a preservare e se possibile, migliorare la condizione in cui versano il terreno, le acque, l'aria che respiriamo. S: Vorrei farti una domanda un po’ cattiva: sappiamo benissimo che i dannosi grassi vegetali idrogenati non sono permessi per legge nei prodotti biologici. Ma che ne dici dei grassi vegetali anonimi che appaiono sulle etichette? C: I grassi vegetali impiegati nei prodotti da forno sono normalmente costituiti da grasso di palma. La caratteristica più importante di un grasso particolarmente adatto alla cottura è la capacità di resistere alle alte temperature senza dar luogo ad alterazioni chimiche a carico dei suoi componenti. La composizione dell'olio di palma conferisce, se esposto ad alte temperature, una resistenza all'irrancidimento ed alla formazione di perossidi (dai quali si originano sostanze tossiche) estremamente superiore a quella degli oli di semi e anche dell'olio di oliva. S: Mentre con gli altri olii.. C: In generale la produzione di prodotti da forno con oli diversi dal palma richiede una attenzione molto più elevata in tutte le fasi del processo, per fare in modo che l'esposizione all'aria sia ridotta il più possibile. Proprio per questa ragione la durata di un prodotto contenente oli come l'extravergine di oliva, girasole, sesamo, risulta in genere inferiore. Dal punto di vista organolettico inoltre l'utilizzo ad esempio di un olio di girasole può portare un biscotto ad avere un gusto troppo caratteristico, mentre in genere l'olio di palma risulta non sovrapporsi all'aroma del prodotto. In ogni caso Naturasì ha cominciato ad inserire nel suo assortimento, numerosi biscotti contenenti olio di oliva extravergine proprio per venire incontro alle esigenze dei suoi consumatori. S: Passiamo alla carne: è vero che si possono acquistare capi di allevamento tradizionali e dopo 12 mesi venderli come provenienti da filiera biologica? C: Attualmente questo non è possibile. In ogni caso le aziende presenti nei negozi come per esempio Bioalleva e Carnesì, allevano da sé i propri animali oppure li acquistano da altri allevamenti da filiera interamente biologica. S: Un’ultima domanda: se accanto ad un campo a cultura biologica ne viene affiancato uno OGM, è possibile che anche il campo biologico venga “inquinato” dal transgenico? C: Si, purtroppo è possibile. Ma attualmente in Italia non è permesso l’uso di sementi OGM tranne in alcuni campi sperimentali. In ogni caso Naturasì si trova impegnata in numerose campagne contro gli OGM, come per esempio i nostri progetti di solidarietà in Africa per il sostegno di un'agricoltura senza transgenico. S: Ti ringrazio di cuore, a presto. C: Grazie a te.
|
| La Sconosciuta e il Giorno più bello
|
|
Due film a confronto:

Diversissimi. Una cosa in comune: ambedue girati a Trieste. Cominciamo con La sconosciuta di Giuseppe Tornatore. Beh, la presenza della città giuliana appare puramente incidentale. L’azione poteva svolgersi in qualsiasi città del nord est, Padova Verona Vicenza, e la trama non ne avrebbe risentito. Ma Tornatore ha sempre sostenuto che non voleva un film su Trieste e anzi ha fatto di tutto perché la città non fosse riconosciuta, tanto che nel film non si vede nemmeno una volta il mare. In compenso si vede anche troppe volte l’orrida fontana con i mascheroni collocata di recente all’inizio di viale XX settembre, a gareggiare in bruttezza con l’obelisco di piazza Goldoni, a sottolineare la duplice natura della protagonista. Forse il film è stato girato a Trieste perché realizzare un film da queste parti costa meno e ci sono infrastrutture e organizzazioni come la Friuli Venezia Giulia Film Commission. Paradossalmente, dopo la chiusura dei cantieri e di grosse fabbriche, una delle attività ancora fiorenti a Trieste è il cinema, con grande gioia di pensionati e disoccupati che almeno possono fare le comparse a pagamento. Comunque nella Sconosciuta tira l’aria gelida della vecchia Trieste austro-ungarica, una città fotografata con luce “blu sala anatomica” che fa sembrare gli attori cadaveri in attesa decomposizione. Le inquietanti musiche di Ennio Morricone non migliorano l’atmosfera catacombale che fa apparire Trieste come la città dei morti, una ridente necropoli (come la chiama il mio amico poeta e pittore inediale Ugo Pierri). Le atmosfere cupe fanno da contrappunto ai flash back della protagonista che ricorda le torture subite nel Sud Italia, tanto solare quanto disperata. Il film parte da fatti reali, gente senza scrupoli che organizza l’immigrazione clandestina di ragazze ucraine, il miraggio di soldi facili e poi la prostituzizone e i figli sfornati a comando per essere adottati da sterili famiglie ricche. Irena, splendidamente interpretata dalla russa Xenia Rappaport, è una di queste poverette che, sfuggita agli aguzzini, cerca di ritrovare il figlio, che sa essere in una città del nord. Da questo incipit parte una storia a tinte fosche che nemmeno il finale rischiara del tutto. Bravissimi tutti i comprimari, Claudia Gerini Angela Molina Piera Degli Esposti Alessandro Haber (malgrado l’improbabile accento), fino al mostruoso Michele Placido che sfoggia una crudeltà feroce e un aspetto veramente impressionante, completamente glabro dalla testa ai piedi. Acclamato alla Festa del Cinema di Roma, La sconosciuta coinvolge e affascina. E veniamo a Il giorno + bello, esordio del giovane Massimo Cappelli, dove Trieste è ancora più evanescente: girato a Bolzano o a Calatafimi, la trama non ne avrebbe risentito minimamente. Anche qui la città è invernale, ma la differenza è abissale:. scenografo e costumista si sono dati da fare per riempire le inquadrature di colori squillanti che ben poco hanno a che fare con la Trieste crepuscolare descritta in tanti romanzi. Sembra piuttosto di essere dalle parti della solare California dove tutti si vestono con abiti sgargianti. I severi palazzi neoclassici si vedono sullo sfondo e le vetrine dei negozi sembrano appartenere alla coloratissima cultura pop degli anni ’60. Ma quello che rimane è un filmetto modesto che Cappelli ha confezionato su misura per Fabio Troiano e Violante Placido, fidanzatini alle prese col tormentone della preparazione del matrimonio: giovani e alternativi, vorrebbero delle nozze anticonformiste ma non hanno fatto i conti con la Tradizione (T maiuscola). Così, loro malgrado percorrono tutte le stazioni della classica “via crucis“ prematrimoniale, lista di nozze, scelta degli invitati, bomboniere, designazione dei testimoni fino alla solenne cerimonia in chiesa con monumentale festa collettiva. Il film è diviso in capitoli con tanto di titoli che compaiono qua e là nel paesaggio urbano: la cosa più originale e riuscita. Ma l’opera di Cappelli sta tutta qua, Trieste appare di sfuggita appena a metà, quando Troiano fa jogging in via Tigor e sul molo Audace. E poi basta. Bravi i due protagonisti (che stanno assieme anche nella vita, ma senza nessuna intenzione di sposarsi), circondati da macchiette che nel primo tempo strappano qualche risata, ad esempio padre Tito, il prete comunista (un gustoso Giorgio Colangeli), che caccia dalla chiesa chi osa guardare l’orologio durante la predica. Al confronto Don Camillo in confronto era un agnellino. Ma a parte l’accento romanesco, il tono delle prediche ricorda molto certi comizi del leader comunista triestino Vittorio Vidali che io ho ascoltato alcuni decenni fa. Divertente anche il papà della protagonista, un oriundo americano (Shel Shapiro) ex-hippy che ostenta capigliatura lunghissima, catenine, anelli e braccialetti e gira con vestaglie multicolori: una blanda presa in giro di certa sinistra radicale poi convertita al conformismo.
Gianni Ursini
|
| Teatri di confine
|
|
titolo: LELLA COSTA E IL MONDO DI ALICE

"Lascia da parte il tempo se vuoi capire questa storia". La storia è quella di Alice, protagonista della celebre favola di Lewis Carroll che ha ispirato Lella Costa per il suo spettacolo 'Alice - una meraviglia di paese', andato in scena venerdì 27 ottobre al Politeama Rossetti. In effetti l'avventura di Alice è solo un pretesto per poter parlare di molte altre cose: delle donne che si sentono sempre inadeguate, degli uomini affetti dalla sindrome di Peter Pan, ma soprattutto dell'infanzia. E qui sta la grande abilità di Lella Costa che, diretta dal regista Giorgio Gallione (coautore dei testi assieme a Massimo Cirri e Adriano Sofri), è riuscita a portare il pubblico triestino dalla commedia al dramma in pochi secondi. E' bastato un elenco, breve e terribile, tratto dai dati dell'Unicef sulla situazione mondiale dell'infanzia, per far ammutolire il teatro: un miliardo di bambini vive sotto la soglia di povertà, ogni sei secondi un bambino muore di fame, in dieci anni le guerre hanno ucciso due milioni di bambini. Che c'entrano loro? Si chiede lei e ci chiediamo anche noi. La risposta è evidente: non c'entrano, perché nascono in un mondo già devastato dagli adulti. E quando a quel rapporto si aggiunge l'episodio dei bambini di Beslan il pensiero corre alla situazione in Cecenia e al recente omicidio, non proprio casuale, della giornalista Politkovskaia. Eppure, nonostante tutto, c'è ancora tempo per sognare un mondo migliore e, come Alice, per potersi meravigliare ancora. Basta volerlo.
Stefano Crisafulli
titolo: 'CORPI VAGANTI VACANTI' AL TEATRO SLOVENO
Sono 'corpi vaganti vacanti' quelli incontrati dal pubblico, sabato 21 ottobre, presso il Teatro Stabile sloveno di Trieste, in occasione della mostra firmata dal pittore Paolo Cervi Kervischer. Corpi vaganti, sempre in procinto di proseguire il movimento fissato su tela, ma anche vacanti, ossia mancanti di qualcosa: forse di quella stessa corporeità che non possiedono per definizione. Nella medesima serata si è potuto anche assistere a due performance ideate dallo stesso Paolo Cervi Kervischer e messe in scena, stavolta, da corpi vivi e concreti. La prima, 'Topkapinewyork', è stata una quasi una prosecuzione delle numerose figure femminili disseminate dall'artista nei quadri appesi sulle pareti del teatro. Anna Valli si è così offerta allo sguardo del pubblico in cangiante nudità, illuminata da fasci di luce di vari colori, mentre l'attrice Nikla Panizon ha dato voce ad un testo poetico di Mary Barbara Tolusso. La seconda performance, eseguita da Eleonora Zenero, ha svelato agli spettatori il mistero della danza butoh. Inserita in uno spazio/antro forse un po' troppo piccolo per il numero di persone presenti, la figura buia della danzatrice, illuminata da dietro, si è misurata con un'altra tipologia di corpi vaganti: quelle sagome nere senza volto che, nei quadri dell'artista, sembrano provenire da un altrove indefinito. Sulle musiche evocative di Jonas Lindgren e di Doudou Ndiaye Rose, il corpo della danzatrice ha subìto una lenta e incessante mutazione. (S.C.)
titolo: DANCEPROJECT: IL TEMPO DELLE MELE

Con l'arrivo dell'autunno il sole se ne va, ma per fortuna ricompaiono quelle manifestazioni che ci scaldano l'anima. Una di queste è il Danceproject festival, che quest'anno si è svolto non solo a Trieste, ma anche a Gorizia, dislocandosi in vari punti di entrambe le città. Organizzato dall'Actis, il festival ha promosso, oltre alle tradizionali performance di danza contemporanea per le quali è stato costituito, anche laboratori di danza per adulti e di animazione corporea per i bambini, stage circensi (tessuti aerei e trapezio) ed eventi interculturali come le danze Sufi di Bayalty. Il Danceproject si è aperto giovedì 11 novembre al Teatro Miela con il nuovo spettacolo della compagnia Arearea di Udine 'Un chilo di mele basterà...' e con 'Lo stormo' della compagnia Lische di Genova. Nei venti minuti di durata della loro performance Marta Bevilacqua e Luca Zampar degli Arearea hanno offerto un campionario delizioso delle loro capacità tecniche e ludiche. In un rimando di citazioni che vanno dalla celebre mela della Genesi al Simposio di Platone sino alla mela avvelenata di Biancaneve, hanno giocato con l'oggetto-mela mangiandolo, danzando con lui, spargendolo sul palco e facendolo rotolare in platea. Meno efficace la performance genovese delle Lische che con 'Lo stormo' offre spunti interessanti e coinvolgenti solo in alcuni momenti, dilatando un po' troppo la durata complessiva.Il festival è proseguito poi il 12 all'Auditorium di Gorizia con 'De Reliquis aquae', la nuova performance della danzatrice milanese Cinzia De Lorenzi, il 22 con 'Dimenticaicolori' di Pawel e il 25 al San Marco con 'La parola sospesa'.
Stefano Crisafulli
|
| Arte e BAMBINI
|
|

Intervista a Paolo Cervi Kervischer Come nasce l’idea del laboratorio artistico per bambini? Ho sempre pensato con una certa rabbia alla scarsa considerazione che la scuola riserva alle materie artistiche. Che invece per me sono fondamentali, in tutte le loro espressioni, perché hanno l’enorme merito di renderci liberi. Il bambino cui si offre la possibilità di utilizzare il linguaggio artistico acquisisce strumenti indispensabili per realizzare sé stesso autonomamente. Come diceva Samuel Butler, si può imparare l’arte solamente nella bottega di chi con quell’arte può vivere. Ecco perché ho aperto un laboratorio per loro. Quali sono i principi cardine? Innanzitutto insegnare al bambino a osservare il mondo nei suoi dettagli. Laura, che collabora con me, tiene sempre presente il mio interesse per i materiali e gli strumenti storici della pittura. E poi per il bambino è importantissimo cogliere la straordinaria bellezza che la condivisione del fare arte ci dona. Lavorare accanto ai propri compagni dà vita a un momento magico: gli stimoli, le proposte e i confronti si autoalimentano in uno scambio proficuo. Quando sente di aver raggiunto il suo obiettivo? Con la conquista del loro silenzio. Quando tutti tacciono concentrati e chini sul proprio lavoro, sento di aver fatto breccia, di averli conquistati. In base a quali criteri valuta un lavoro infantile? Mi entusiasma sempre la freschezza che i loro disegni, e alcuni sono straordinari, esprimono quando sono privi di manomissioni e di influenze esterne. Qualche suggerimento ai genitori? Sconsiglio vivamente di giudicare, sia negativamente che positivamente, i disegni dei figli. Un disegno può apparire incompleto e in quel caso, con i giusti modi, il bambino va incoraggiato e invitato a completarlo. Ma è importante evitare valutazioni troppo nette, ad esempio bello/brutto. In base alla sua esperienza, cosa accade nel bambino che a un certo punto si rifiuta di disegnare? In questi casi molto spesso teme il giudizio negativo dei genitori e la paura di deluderli è forte. Il bambino ha subìto un danno. Il lavoro di un bambino può essere considerato arte? Non ho dubbi: assolutamente sì. Il disegno di un bambino è l’espressione autentica della sua originale e intima percezione del mondo che lo circonda. Ed è quest’aspetto che andrebbe sempre tenuto in considerazione dagli adulti che osservano un disegno infantile. È importantissimo non mortificare, ma neppure esaltare la sua visione del mondo. Col disegno racconta una parte di sé e non è nostro compito giudicare la sua prospettiva, pena il rifiuto di raccontarci chi è e chi sta diventando.
Barbara Cantalino
|
| Il velo e l'ombelico
|
|
Giovani, stereotipi e differenze culturali nel Friuli Venezia Giulia
Cosa pensano i giovani della nostra Regione delle ragazze che indossano il chador? Il coetaneo straniero è visto come una minaccia? Quali sono i gruppi etnici più odiati? E quelli più tollerati? Queste e tante altre domande sono al centro di una ricerca che ha coinvolto 800 ragazzi e ragazze delle scuole superiori, realizzata dal Dipartimento di Sociologia dell’Università degli Studi di Padova e dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain di Trieste, ha avuto il sostegno dell’Assessorato regionale all’Istruzione, Cultura, Sport e Pace. Simboli, differenze culturali ed etniche, diversi orientamenti sessuali, stigmi e pregiudizi vengono confrontati per conoscere le contraddizioni e gli stili di vita degli adolescenti. Alcune domande cercano di cogliere le rappresentazioni che gli adolescenti hanno dello “straniero”, e come tali immagini si traducono in giudizi ed azioni. Emerge un orientamento ambivalente: ci si dichiara per lo più indifferenti o al massimo tolleranti verso gli immigrati, ma qualora se ne presenti l’occasione disponibili (66%) a fare amicizia con un coetaneo straniero. Ci si può anche innamorare (77%). Ma prima di tutto (85%) vengono le norme e i valori del nostro mondo. Per il 57%: “la scuola italiana deve insegnare agli immigrati i valori dell’occidente”. Inoltre (58%) gli immigrati devono imparare l’italiano e conformarsi alle usanze degli italiani. Tuttavia gli immigrati rappresentano una minaccia per il 40% degli intervistati. Tra i gruppi etnici apprezzati, i sud-americani. Tra i più affascinanti, gli asiatici. Mentre restano molto marcati i pregiudizi verso zingari o albanesi. Tendenzialmente sono le ragazze ad avere atteggiamenti più aperti, dichiarandosi disposte (72%) ad avere amici stranieri, ma sono le femmine a temere di “dover lottare di più” in un rapporto di coppia multi-etnico. Al contrario i maschi si aspetterebbero “di essere rispettati” da una fidanzata straniera. Interessante un dato scorporato per provincia: a Trieste, in controtendenza con le altre città regionali, ci si dichiara favorevoli (53%) al diritto di voto per gli stranieri residenti. Solo il 10% tra tutti gli intervistati è stato coinvolto in classe in attività interculturali (lezioni su immigrazione, cittadinanza, pace, multiculturalità o attività di volontariato). Tuttavia, viene detto, la scuola deve giocare un ruolo per favorire un atteggiamento positivo verso chi è “diverso”.
I risultati integrali della ricerca “Il velo e l’ombelico” saranno presentati l’11 dicembre in Regione, presso l’Assessorato all’Istruzione, Cultura, Sport e Pace.
Clelia Fiano
|
| Michele Crismani
|
|
|
| Cadere NELLA RETE
|
|
Internet è l’ennesimo luogo in cui è possibile essere vittime di soprusi e maltrattamenti. Essere accompagnati è fondamentale, se a utilizzarlo sono i vostri figli.
D. è un bambino di 13 anni che ama il computer e Internet. Lui lo considera il suo parco giochi, ma i suoi genitori non sono della stessa opinione: un paio di settimane fa D. è stato adescato in rete da un adulto, che dopo alcuni incontri online gli ha prospettato un incontro fuori dalla rete. Dopo aver saputo cosa stava accadendo la madre e il padre di D., oltre ad aver segnalato il caso alle autorità competenti, chiedono spiegazioni su tutto quello che concerne l’adescamento di minori in rete e soprattutto cosa possono fare per impedire che questi eventi accadano al figlio e a molti altri bambini che come lui navigano in internet.
Il pericolo di essere adescati in Internet esiste davvero? Il pericolo per un minore di essere adescato nella rete da un pedofilo è un problema reale. Lo confermano i dati presentati da numerose ricerche condotte dalle forze di Polizia, che hanno messo in rilievo come i malintenzionati utilizzino la tecnologia informatica per perpetrare danni a carico dei giovani poco accorti. Internet è uno strumento largamente usato dai minori per reperire informazioni su tematiche diverse, ma purtroppo molte volte questo strumento si può trasformare in un mezzo pericoloso di cui bisogna conoscere le diverse possibilità, molte volte devianti e pericolose. Internet è diventato lo strumento utilizzato ormai da chiunque e l’informatizzazione ha reso possibile l’accesso alla rete anche ai malintenzionati. La ricerca di rapporti aberranti è il loro obiettivo e quando si accorgono di avere a che fare con un minore, invece di mantenere il dialogo basato su un rapporto adulto-bambino, cercano rapporti intimi con il minore instaurando una comunicazione di tipo pedofilo che può sfociare nella molestia verbale e nella ricerca di un incontro.
Come vengono adescati i minori nella rete? Gli strumenti più utilizzati da chi desidera adescare un minore in rete sono diversi: ricordiamo le chat, che offrono l’anonimato ai visitatori e permettono di stabilire il contatto iniziale con la vittima senza per questo rivelare la propria identità. Topolino, Minnie, Pocahontas sono solo alcuni dei nomi dietro cui si nascondono queste persone per adescare le loro vittime. Gli abusi commessi a carico di minori sono stati accertati e le manifestazioni che nella maggior parte dei casi si verificano sono le molestie sessuali di tipo verbali o il contatto fuori dalla rete. Ricordiamo che l’anonimato dei pedofili deriva dal senso di pudore e vergogna che i bambini provano nei confronti dei componenti della loro famiglia e che li spinge a non rivelare questi incontri mantenendo così segreto il contatto. I responsabili del progetto di ricerca Cirp (Child Internet Risk Perception), che hanno condotto uno studio con il patrocinio dell'Unicef, del Ministero delle Comunicazioni, del Consiglio regionale del Lazio e con la sponsorizzazione di Symantec, hanno evidenziato che da 400 interviste a bambini fra gli 8 e i 13 anni vittime di adescamento su Internet e da 1000 collegamenti a chat room, in cui degli adulti fingevano di essere dei minori, è emerso che in media fra il 13 e il 14% dei bambini viene molestato, a volte solo verbalmente, a volte con un tentativo di incontrarsi. Inoltre, quasi la metà delle vittime (il 44%) sono bambine fra i 12 e i 13 anni. I ricercatori hanno asserito che le vittime preferite sono proprio le bambine particolarmente disinibite e curiose, ben educate, di buona intelligenza, curiose e affascinate dalla trasgressione.
Come si possono riconoscere i siti pedofili? I siti pedofili sono difficili da riconoscere perché molte volte sono mascherati sotto false spoglie. Elementi che rimandano all’universo dell’infanzia, come l’impiego di colori pastello, le tonalità fredde come il verde o l’azzurro sono espedienti molto efficaci per mascherare il sito e farlo sembrare un sito dedicato all’infanzia. Solo proseguendo la navigazione ci si accorge che le tematiche trattate sono a sfondo sessuale e le intenzioni non sono quelle che in un primo momento avevano attirato l’attenzione dell’utente.
Cosa può fare un genitore per impedire che ciò accada? E’ buona norma che i ragazzi siano informati sulle possibilità offerte dalla rete, ma anche sui pericoli che vi si possono annidare. Oltre alla pedofilia, ci può anche essere chi cerca di estorcere informazioni su fatti privati e si sa che quando si tratta di bambini tutto è più facile. Non devono essere mai forniti numeri di conto corrente, di carte di credito o dati personali come l’indirizzo o il cognome. Informazioni fornite in buona fede possono dar luogo a problemi anche pericolosi, con tutte le aggravanti del caso. E’ buona norma sedersi con proprio figlio davanti il computer e navigare assieme a lui, spiegandogli cosa si può e cosa non si deve fare. Una buona informazione è sicuramente il miglior deterrente per impedire che eventi fastidiosi si manifestino e per garantire un buon e sicuro uso della rete. Spiegate ogni cosa ai vostri figli e siate certi che l’informazione è stata assorbita. A questo scopo metteteli alla prova per vedere come si comportano e siate sicuri che abbiano capito l’importanza di non fornire nessun tipo di informazione personale o di materiali, come fotografie, ad una eventuale richiesta. Se anche voi non siete esperti e internet anche per voi è un territorio sconosciuto, in commercio ci sono numerosi testi che fanno al caso vostro e vi aiuteranno a saperne di più e a istruire vostro figlio sul comportamento da avere.
Ci sono dei software che possono aiutare a identificare e ad impedire di accedere a siti considerati pericolosi? Esistono soluzioni software che consentono di monitorare i contenuti dei siti di semplice ed immediato utilizzo, che garantiscono protezione ed impediscono di accedere a quei siti ritenuti pericolosi per la sicurezza. Se volete sapere cosa leggono i vostri bambini in rete e quali persone incontrano, esistono dei programmi che vi consentono di proteggerli dai pericoli che la rete nasconde. Qualsiasi negozio di informatica sarà in grado di indirizzarvi ai prodotti ritenuti i migliori e i più semplici da gestire. Inoltre, bisogna anche ricordare che le forze dell’ordine sono state dotate di mezzi informatici per poter vedere i tentativi di adescamento e di condivisione di materiale pedopornografico, permettendo di raccogliere, elaborare e analizzare i dati e le prove e soprattutto di rafforzare i mezzi per contrastare questi soprusi contro chi non chiede nulla. Paolo Baldassi
|
| La casa e l\'intorno
|
|
Percorsi in bioedilizia – Scheda 3 LA CASA E L’INTORNO CRITERI DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA

Proseguendo il percorso di valutazione degli aspetti progettuali relativi ad una costruzione in bioedilizia, affrontiamo in questo numero le questioni legate alla collocazione del fabbricato ed alle influenze del sito sulla composizione architettonica dello stesso. Localizzazione del sito costruttivo e rapporto con l’intorno
Il sito sul quale è stato realizzato l’edificio è collocato all’estremità nord del Comune di Gemona del Friuli, nella frazione di Ospedaletto, in un’area destinata fino ad una decina di anni fa ad attività agricole. Si trova a circa 300 metri dal centro storico della frazione ma non visibile dallo stesso. Questa parte del territorio comunale costituisce l’estremità nord della pianura friulana, che in questo punto si incunea fra le propaggini delle prealpi Carniche da un lato e delle Giulie dall’altro, terminando contro il greto del fiume Tagliamento che da quel punto occupa tutto lo spazio disponibile fra i rilievi. (foto 1) Anticamente l’area stessa costituiva il letto naturale del Tagliamento stesso, successivamente costretto nel suo alveo attuale da argini eretti nel tempo. I successivi depositi organici e la formazione di terreno vegetale lo hanno quindi trasformato in terreno agricolo e consentito la coltivazione. Dopo gli eventi sismici del 1976 gli appezzamenti agricoli sono stati via via convertiti in lotti edificabili per soddisfare le richieste di nuove aree insediative. L’area è quindi ora costituita da lotti di varie dimensioni, con costruzioni unifamiliari normalmente ad un piano o con seminterrato e rialzato, più raramente a due piani. Rimangono ancora presenti lotti coltivati a seminativo o vigneto, con residui di costruzioni di supporto all’agricoltura. Caratteristica la presenza di muri di delimitazione dei terreni, in ciottoli e malta di calce, di altezza intorno ai 2,50 metri, realizzati in epoche antiche e sopravissuti alle sollecitazioni dei terremoti ed alla mano dell’uomo.
Lettura e rilettura degli schemi locali
Nella progettazione architettonica di un edificio in bioedilizia, occorre tenere conto dei caratteri “regionali” dell’architettura esistente; vengono valutate, cioè, le caratteristiche dei fabbricati presenti sull’area e realizzati in tempi antichi, per comprendere quelle che sono le esigenze determinate dalle condizioni climatiche e meteorologiche, nonché da quelle storiche, culturali e sociali, per interpretarle alla luce delle esigenze e delle tecnologie attuali. Le caratteristiche comuni dei fabbricati isolati realizzati negli ultimi secoli nell’area in questione sottolineano la disponibilità di materiale da costruzione e le condizioni di piovosità già citate nelle schede precedenti. Negli edifici di abitazione le strutture portanti sono costituite da murature in ciottoli (dell’antico greto del fiume) di dimensioni generose e posate con malta di calce naturale, a volte intonacate ma più frequentemente a vista o coperte da un leggero scialbo (foto 2). I tetti sono in legno, a due falde o a padiglione, con pendenza del 30%, copertura in coppi e sottocoppo in tavelle di cotto per gli edifici più ricchi, con coppo a vista su listelli per quelle più povere. L’orditura principale normalmente è costituita da puntoni poggianti sulla trave di colmo e sulle murature delle facciate maggiori. In aree collocate più a sud si trovano frequentemente costruzioni con orditura principale disposta trasversalmente e poggiate sulle murature laterali e sui muri di spina intermedi. In questo caso le linde hanno composizione diversa, con bilancieri collocati lungo la muratura principale posizionati con interasse di due metri circa, sostenenti un’orditura secondaria nella parte esterna e bilanciati all’interno dall’orditura principale. Camini per l’estrazione dei fumi sono distribuiti in maniera non ordinata sulle coperture, ed evidenziano la propensione ancora forte all’utilizzo di stufe a legna e caminetti per il riscaldamento (o l’integrazione dello stesso) nelle abitazioni. La larghezza dei fabbricati, solitamente di forma rettangolare o, più raramente, con disposizione ad “L”, è data dalla disponibilità del legname (abete o larice) per la realizzazione dei solai, e si aggira intorno ai 7 metri (6 metri di luce interna, circa). Sono realizzati normalmente su due o tre piani, più sottotetto adibito a deposito. Le aperture finestrate hanno sviluppo verticale e dimensioni generalmente costanti, intorno ai 120x150 cm, e, in alcuni casi, sono presenti ballatoi e poggioli in legno, con parapetti in legno o, più recentemente, in metallo (foto 3). In edifici seicenteschi si possono trovare sottoportici utilizzati per il ricovero di attrezzature agricole, del legname da fuoco e la protezione degli ingressi, disposti lungo il fronte principale e realizzati ad arco con colonne e stipiti in pietra arenaria o in agglomerati locali. Le strutture di servizio, come fienili o depositi, sono realizzate in mattone o pietra, con solai, collegamenti, architravi e coperture in legno (foto 4). In ogni caso, gli sporti di linda su tutti i fabbricati sono accentuati, a protezione dalla pioggia frequente ed abbondante. Non sono quasi mai presenti sistemi di recupero delle acque piovane, se non in rare situazioni associate a fabbricati collocati in particolari zone del territorio, e questo sottolinea la disponibilità (fino ad oggi) di acqua potabile e da irrigazione proveniente da numerose sorgenti, falde e canali irrigui. Le aperture sono più ampie e frequenti sulle facciate a sud, piccole e rare, possibilmente protette, sulle facciate a nord. La ricerca del sole, per rinfrancare gli animi e per asciugare i prodotti agricoli, è spesso evidente in queste costruzioni.
Questi sono dunque gli elementi che sono stati presi in considerazione per la progettazione architettonica dell’edificio, che, intersecati con le esigenze dei committenti, con le tecnologie e le strutture tecniche odierne e con le caratteristiche dello stile di vita e di relazione attuali, hanno prodotto lo schema compositivo e comunicativo del fabbricato. Di questo aspetto tratteremo ampiamente nelle prossime puntate.
Ugo Brollo www.ecolabio.it
|
| Marco Perisinotto
|
|
MARCO PERISSINOTTO E LA FAUTE DU GAVAGE
Luciano Comida, direttore della rivista che sta allietando questo preciso istante della vostra esistenza, è un accanito ascoltatore di musica, rock in primis. E, di certo, non disdegna la musica cantautorale, quelle ballate dense di parole impegnate, di eroi popolari e di storie difficili da dimenticare. Canzoni che sanno provocare in noi un’ampissima gamma di emozioni, dal riso al pianto, dal più spiccato senso civico alla più profonda sonnolenza. Da persona importante qual è, Luciano prese parte, in veste di giurato, all’edizione 2005 del Concorso nazionale per la Canzone d’Autore, organizzato dall’associazione “Musica Controcorrente”. Luciano fu particolarmente felice di assegnare il Premio per il Miglior Testo al cantautore Marco Perissinotto e alla sua “Il 66”, canzone fortemente autobiografica, incentrata sui ricordi di chi, bambino, visse in prima persona l’alluvione che 40 anni fa devastò larghe parti dell’Italia. Da qualche giorno, Luciano è ancora più felice: quella canzone, insieme ad altre due composizioni dello stesso Perissinotto (“Il testamento del Novecento” e “Dal diario della mente: pagina 27-31”), comporranno un mini dvd intitolato “Mi ricordo”, di prossima distribuzione e nel frattempo liberamente visibile sul sito HYPERLINK "http://www.musicacontrocorrente.it/" www.musicacontrocorrente.it. I lettori di Konrad che vorranno ascoltare i tre pezzi citati troveranno sicuramente utili spunti di riflessione: poi, si sa, la musica non è scienza esatta, de gustibus non disputandum est, non ci sono più le mezze stagioni, la boxe non è una rissa, è sport e bla bla bla… Insomma, non so come dirlo, sono combattuto tra il timore di attentare alla felicità di Luciano e la mia (presunta?) onestà intellettuale. Rischio: le canzoni di cui sopra non mi sono piaciute. Ce l’ho fatta, che liberazione! Non mi sono piaciute per eccesso di verbosità da parte dell’autore: Perissinotto dice tutto e dice troppo. Commette, a mio avviso, un errore che possiamo definire, con raffinata espressione francese, la faute du gavage (trad. fotta dell’ingozzo): egli non lascia spazio all’immaginazione dell’ascoltatore, non la stimola ma la soddisfa del tutto. La ingozza come si ingozzano le oche per ottenere il fois gras. Risultato: il cervello, sazio di parole e dettagli a volte superflui, se ne va tranquillamente a dormire. E si dimentica dei disastri ambientali, di Bush e dell’Iraq, del protocollo di Kyoto e di quella rosa che non profuma più come una volta. Testi di grande sincerità, non lo metto in dubbio, ma di scarsa efficacia. E se volete contestare la mia opinione, andate ad ascoltarvi le canzoni di Marco Perissinotto, cantautore. Alessandro Lombardo
Caro Alessandro, il tuo pezzo mi piace. Mi fai fare un pò la figura del mona, però non ci vedo nulla di male. Esprimi con grande onestà e leggerezza la posizione di chi, in un giornale, viene incaricato dal direttore di fare un pezzo su qualcosa che non lo convince. Tu prima racconti con pacatezza i fatti e poi con altrettanta pacatezza dici chiaramente cosa non ti aggrada dell'opera ("prodotto", se opera ti sembra troppo pomposo) in questione. Un' unica obiezione oggettiva ho da porti (il resto, hai ragione tu, è delegato ai gusti personali): io non amo per nulla (come invece sembri suggerire tu) i cantautori verbosi e parolai, quelli insomma che fanno venir voglia di suicidarsi. Ancora due parole sul 66 di Perissinotto: il testo lo trovo emozionante, forte e profumato come una grappa fatta in casa, malgrado io preferissi la canzone nella versione live ascoltata a Poggio Bustone, che aveva una ruvidezza disarmante. Però, anche in questa nuova veste che forse lo imbriglia un pò, Perissinotto mi sembra del tutto meritevole di un ascolto. In un mondo musicale in cui abbondano plastica e finzione, lui e le sue canzoni hanno un gustoso sapore di realtà, di vecchia osteria di montagna. Ma a questo punto io, e immagino anche tu, siamo curiosi di sapere come la penseranno i lettori e le lettrici di Konrad.
Luciano Comida
|
| Caro Robin Hood
|
|

Caro Robin Hood, le persone comuni vorrebbero difendersi da tanti moderni sceriffi di Nottingham. Però non abbiamo nè il tempo nè la capacità di leggere e capire il SOLE-24 ORE o le altre riviste economico-finanziarie. Lei che, vivendo nella foresta di Sherwood, ha tempo e capacità, potrebbe essere così generoso da spartire con noi le sue conoscenze? Come facciamo a non farci fregare dalle banche e dalle assicurazioni e da tanti altri?
A una domanda simile non è facile rispondere sinteticamente. La fregatura assomiglia a un virus mutante, ci legge la mano come una chiromante e si nutre delle nostre paure e delle nostre debolezze, adattandosi istantaneamente alla nostra personalità per colpirci meglio. Quindi neanche Robin Hood è in grado di fornire così su due piedi un antidoto contro la fregatura che sia semplice ed efficace. La lunga esperienza maturata nella lotta contro le ingiustizie e i soprusi permette tuttavia di dispensare in pillole alcuni rimedi empirici, che potranno essere ospitati in questo e nei prossimi numeri di Konrad come un moderno romanzo d’appendice.
Cominciamo dalla pillola numero uno: la diffidenza.
Il suo nome fa venire in mente l’elenco dei sette peccati capitali, ma in realtà la diffidenza è un’antica virtù popolare, ormai caduta in disuso e sostituita dal suo pericoloso alter ego, che è la fiducia. Ogni tipo di persuasore, occulto e palese, sollecita la fiducia del prossimo con le proprie arti, promettendo di solito risultati miracolosi in cambio di piccoli sacrifici. Una sana e robusta diffidenza, applicata senza eccezioni a propagandisti, promotori finanziari, agenti immobiliari, impiegati di banca, funzionari pubblici, politici e faccendieri, permette di non cadere immediatamente nelle trappole che ci vengono preparate da questi soggetti, ricordandosi ad ogni passo che nessuno fa niente per niente, e che anzi non c’è sconto, offerta speciale o promozione che non sia finanziata proprio dall’ignaro consumatore. Quindi, in campo assicurativo e bancario, tutto ciò che sembra gratuito in realtà è ampiamente pagato sotto altre forme, e di solito proprio dallo stesso beneficiario dell’apparente condizione di favore.
|
| Stra-Falcioni
|
|
La scelta etica del dissenso.
Non so se succede anche a qualcuno di voi, ma a me sconvolge nel profondo la figura del Papa attualmente in carica. Non è che il suo predecessore mi convincesse sempre, ma non potevo non riconoscergli un’appassionata e onesta sincerità del cuore. Di certo non gli mancava il coraggio e alla fine seppe insegnare al mondo come si muore con dignità. Ricordo che al suo funerale, quando il vento con un gesto brusco chiuse il vangelo aperto sulla bara, ebbi un immediato trasalimento. Un altro mi raggiunse quando Benedetto XVI nel presentarsi per la prima volta dal balcone di San Pietro, si definì “umile lavoratore nella vigna del Signore”. Diffido sempre di chi attribuisce a se stesso una qualifica di umiltà. Figuriamoci poi se quel qualcuno è il Papa! Da tempo comunque mi sento sempre più cristiana e sempre meno cattolica, mentre sempre più mi vado innamorando del messaggio d’amore del Vangelo. Del Cristo mi affascina soprattutto la sconfinata Carità che nella struttura della “sua” Chiesa diventa troppo spesso giudizio perentorio ed escludente. Quello che non sopporto nella compagine ecclesiale è la diffusa ipocrisia, quell’inchinarsi davanti ai potenti ancorché “peccatori”, e la pesante ancorché negata ingerenza nella cosa pubblica. A questo proposito mi ha lasciata di stucco la recente esternazione del Papa sulla politica, quando ha affermato che la Chiesa non fa politica, quella la devono fare i laici cattolici seguendo le direttive della Chiesa. A me pare che sia proprio la stessa cosa, condita con una buona dose di ipocrisia e di scarso rispetto per l’intelligenza altrui. Ma che sottigliezza da Gesuiti! Per onestà devo riconoscere che nella Chiesa operano anche religiosi di tutto rispetto ed io mi chiedo spesso come e perché siano tollerati, come riescano loro ad agire in sintonia col Cristo restando dentro l’istituzione a cui appartengono. Come si concilia infatti il Cardinale Ruini con don Ciotti? È difficile immaginarli nello stesso ambiente. Impossibile poi immaginare don Ciotti Cardinale. E il bello è che don Ciotti, promuovendo Libera e la resistenza alla mafia, fa veramente politica, una politica buona. Alcuni considerano un segno di vitalità il proliferare dei movimenti ecclesiali cattolici, a me invece pare che essi denuncino sì l’esigenza di una più profonda e coerente spiritualità, ma di fatto si contraddicano con quel loro aristocratico differenziarsi. Perché tanta complicazione quando il messaggio di Gesù è così semplice, chiaro, lineare? Tutte le ferite inferte alla Terra e alle creature che la abitano, tutto il male operato dall’uomo contro l’uomo, dipendono dalla mancata genuina adesione a quel messaggio. Il resto è teatro.
Giovanna Falcioni
|
|