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“E voglio che tu scelga un momento nel passato in cui eri… e la mia voce ti accompagnerà. E la mia voce si muterà in quella di… e voglio che ti ritrovi…”
Milton Erickson
La prestazione atletica, quale risultato di un’interazione corpo-mente, è anche funzione di una terza dimensione, una “qualità emergente” rappresentata da un insieme di sensazioni e percezioni piacevoli che guidano verso l’eccellenza della prestazione attivando un autodialogo del tipo: “Questa è la mia gara!”, “Sento di essere il migliore!”, “Vincerò!” e il risultato sembra così scontato e logico, da non esserci spazio per altre possibili soluzioni. Solo dopo, quando corpo e mente ritornano alla “quotidianità” si comprende quanti e di che entità sono stati i passaggi che hanno costruito la vittoria.
Ormai non solo le prestazioni degli atleti di vertice ma anche quelle degli amatori sono al centro di uno studio dettagliato fino all’ossessione. Sono i dettagli a fare la differenza! Naturalmente mi riferisco alle prestazioni “pulite” dove non c’è spazio per alcuna forma di inganno, quale il doping.
Le attenzioni verso l’allenamento fisico vanno nella direzione del gesto atletico perfetto ed economico e per questo non poche sono le tecnologie disponibili. Naturalmente anche per l’allenamento mentale si dispone di strumenti specifici. Uno di questi è l’ipnosi, che offre molteplici possibilità anche nella direzione della prestazione sportiva. Se per Freud il sogno è “la via regia per l’inconscio”, per Milton Erickson lo stato ipnotico è una particolare veglia attentiva ottenuta interrompendo uno “schema”, ovvero agendo sulle continue previsioni degli eventi che costantemente facciamo; il soggetto ora, con l’aiuto dell’ipnotista, può inserire nuovi elementi per migliorare le sue doti. Bisogna dire che oggi quando si parla di ipnosi è scontato riferirsi al modello ericksoniano sia che si tratti di pratica terapeutica, sia che si tratti di applicazione in altri campi, quale può essere lo sport.
Milton Erickson, psichiatra americano, che ha vissuto i suoi ottant’anni a partire dal 1900, ha ridimensionato tutte le visioni magiche che l’uomo aveva saputo inventare e ha dato nuova luce all’ipnosi scientifica, nata a partire dalla seconda metà del ’700. La sua personale modalità terapeutica è in parte frutto degli svantaggi che madre natura gli ha elargito, ma il suo genio ha saputo vedere con altri occhi la realtà, per regalarci oggi una modalità d’intervento, ad ampio raggio, veramente raffinata.
L’ipnosi ericksoniana pone la persona nello scalino più alto del podio della propria vita creando uno “stato di coscienza ipnotico” dove il soggetto è vigile e attento e dove l’ipnotista, sensibile ai “minimi dettagli”, guida verso la costruzione di una nuova realtà più funzionale ai bisogni della persona stessa. Dunque, se la prestazione sportiva d’eccellenza per realizzarsi ha bisogno di una tranquillità psicologica, questa va ricercata in tutte le direzioni, nella sfera privata dell’atleta, in quella sportiva, in quella relativa alla gestione dei pensieri, dei giudizi, delle idee, delle relazioni, delle emozioni e, perché no, anche in quella della superstizione; comportamento questo molto presente negli sportivi, più di quanto si possa pensare. Queste variabili vanno, inoltre, considerate in tutte le loro possibili interazioni, secondo una logica circolare, così da guidare l’atleta nel suo labirinto psicologico, verso l’unica direzione possibile, quella che porta alla sua prestazione migliore. Condizione questa, necessaria ma non sufficiente, per vincere una competizione.
Nelle sedute ipnotiche “la mia voce ti accompagnerà…” e guiderà l’atleta ad orientare le sue risorse verso la miglior funzionalità, attraverso un percorso emozionale che scavalca qualsiasi controllo cognitivo. A questo proposito, non è mai ripetuto abbastanza che la persona in trance è ancora più vigile e attenta rispetto ad una condizione di normale veglia:: qualsiasi incoerenza interromperebbe immediatamente la trance.
Dunque se l’ipnosi è una leva che agisce sulle emozioni, è facile comprendere la sua potenza a livello terapeutico-sportivo, dove l’uomo deve fondersi con l’atleta per riempire ogni spazio e sentirsi protagonista. Ecco allora che durante la trance è possibile vicariare, da qualsiasi altra sfera dell’atleta, stati d’eccellenza da trasferire in ambito sportivo, come è anche possibile acquisire abilità di un altro atleta sfruttando le caratteristiche di particolari “neuroni specchio”, che recenti scoperte di neuroscienze hanno dimostrato essere nel cervello della scimmia e molto probabilmente anche in quello dell’uomo. Dunque è possibile far passare le emozioni, precursori di una prestazione, da una parte all’altra proprio come un liquido passa da un vaso all’altro comunicante. Come diceva Oscar Wilde, “Tutti i grandi avvenimenti avvengono nella nostra mente”
Francesco Strano
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