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Dice Seneca: «Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuol approdare» e lo psicologo, in una società sportiva, può aiutare ad orientare la vela in maniera tale da incontrare il vento con l’angolo più funzionale.
L’attività dello psicologo che opera nella società sportiva deve essere osservata dal giusto punto di vista, altrimenti è facile connotarla di attributi che non le appartengono. Andrebbe considerata come una risorsa al servizio di una Società sportiva, Club o Federazione. In una Società sportiva, in un Club o in una Federazione lo psicologo, attivandosi con un intervento di coaching, aumenta la consapevolezza e la competenza di atleti, allenatori, tecnici e dirigenti così da trasformare le dinamiche disfunzionali in interventi efficaci. È in questa logica che dirigenti, tecnici e atleti possono cercare stimoli e confronto, nella consapevolezza che il lavoro dello psicologo entra in sinergia con quello di ogni altra figura della società sportiva, fornendo un intervento di equipe.
È dentro le società sportive dilettantistiche che maturano i bisogni maggiori per un’attività sportiva che sia educativa e formativa nello stesso tempo.
Ormai sempre in più settori della vita sociale viene riconosciuta l’opportunità della presenza della figura professionale dello psicologo, e questo lo obbliga ad una preparazione sempre più variegata e qualificata.
Quando lo psicologo opera nell’ambito di una società sportiva dilettantistica si trova a dover tener conto della costante interazione di tre aree: quella della dirigenza della società, quella degli allenatori e quella dei genitori.
Queste figure hanno un’importante ricaduta sulla formazione dell’utente finale: il giovane atleta.
L’area della dirigenza della società sportiva, persegue obiettivi sportivi ma anche obiettivi, che possiamo definire manageriali e tra loro correlati, i cui effetti sono quelli di trasmettere una valida immagine verso la realtà locale, di incrementare le proprie possibilità di essere scelta dall’utenza, di avere un settore tecnico di qualità e infine quella di avere una buona posizione media di classifica.
È nell’area tecnica della società, ovvero allenatori e preparatori, che troviamo le persone più a stretto contatto con il giovane atleta.
È da notare che l’utenza di una società sportiva dilettantistica va dai sei anni fino all’età adulta, per cui spesso il ruolo di queste figure societarie è molto vicino a quello dell’educatore, che deve interagire in armonia con i bisogni del giovane atleta, con le indicazioni della dirigenza, con le richieste dei genitori, e perché no, con la ricerca di gratificazioni personali, visto che l’impegno dell’allenatore, nella società sportiva dilettantistica è quasi un volontariato.
Infine abbiamo l’area dei genitori, da tutti riconosciuta come la più difficile da gestire. Ma a pensarci bene, la società sportiva non è forse nella stessa posizione della scuola elementare e anche media inferiore?
Chi è genitore vuole sempre il meglio per il proprio figlio ed è per questo che fa le massime richieste alle istituzione alle quali lo affida. Ecco allora che vuole una scuola che istruisca secondo criteri di massima efficacia ed efficienza per il rendimento più alto possibile. Ma se questo è il criterio, perché ci si stupisce tanto quando gli stessi genitori chiedono alla società sportiva di preparare il ragazzino, forse anche promettente, ad una, forse possibile, carriera da professionista?
Mi sembra che di argomenti ce ne siano a sufficienza per pretendere che uno psicologo dello sport sia presente in ogni società sportiva dilettantistica.
Ma quali sono oggi le reali possibilità di trovare uno psicologo tra gli spazi di una società sportiva?
Per rispondere a questa domanda farò riferimento alle società sportive di calcio dilettantistiche, settore che conosco da vicino.
La figura dello psicologo è prevista ufficialmente dalla federazione per quelle società, che rispettando specifici parametri, vogliono fregiarsi del titolo di “società di calcio qualificata”. A questo scopo vengono definiti il numero minimo di interventi, che è proprio un numero minimo, che lo psicologo deve effettuare durante la stagione calcistica. Ecco, questa è la sola possibilità che ha uno psicologo dello sport di operare ufficialmente in una società di calcio dilettantistica e se consideriamo che le scuole calcio qualificate nella nostra regione sono sull’ordine di qualche decina i conti son presto fatti.
C’è ancora una modalità, naturalmente non obbligatoria per la società, perché uno psicologo operi al suo interno, ed è quando la società sportiva per un suo “credo” personale, ne ritiene utile la presenza. Non so quante sono le società che vanno in questa direzione, sicuramente troppo poche.
Va sottolineato che oggi, la figura dello psicologo sta conquistando nuovi spazi di intervento nella nostra società, soprattutto in quei settori dove sono coinvolti i minori. Si pensi alla sempre maggior attenzione nel settore scolastico, nel settore giuridico e in parte anche in quello ricreativo pubblico. Questa sensibilità deve essere estesa a tutte le società sportive dilettantistiche, e non solo a quelle con “il marchio di qualità”, affinché diventi una qualità sociale.
La distinzione tra le società dilettantistiche deve fondarsi sulle strutture, sulla numerosità del suo organico, sulle possibilità offerte, non può fondarsi sulla qualità del servizio offerto, quando chi ne deve usufruire è un ragazzino nella sua fase formativa sotto il profilo fisico, psicologico e relazionale.
È dunque bene che si cerchi di prevenire possibili forme di disagio giovanile, perché, come anche Isaac Newton ci suggerisce: “Gli errori non sono nell'arte, ma negli artefici”.
Francesco Strano
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