Rivista in pdf

Konradnews.it

 



Konrad
Mensile di informazione
di Naturalcubo s.n.c.

Aut. Trib. di Udine
n. 485 del 5/9/80
Aut. fil. di Trieste.

Direttore editoriale
Roberto Valerio
Direttore responsabile
Dario Predonzan
Redazione Ass. Konrad
34123 Trieste
via Corti 2/a
FAX 178 2090961

info@konradnews.it
Webmaster
PaoloBattistella.it

PUBBLICITÀ
Alex Cibin
340 4000934
advertising@konradnews.it

ENI e il Sud del mondo - Investimenti discutibili
dal Konrad n. 152 - Dicembre-Gennaio 2010 - pag. 4
di Franco Delben 24.11.2009

Non sempre gli investimenti portano ricchezza. Soprattutto nel Sud del mondo. In un incontro pubblico tenutosi nello scorso novembre a Milano (ENI nel Congo Brazzaville. Gli investimenti italiani nel Sud del mondo) sono stati analizzati, e fortemente criticati, investimenti per circa 3 miliardi di dollari USA che ENI ha deliberato per lo sviluppo delle sue attività nel Congo Brazzaville. Si tratta di uno Stato relativamente piccolo e con una popolazione di solo quattro milioni di abitanti (fig. 1). E’ importante (come la gran parte dei Paesi di quella parte dell’Africa) sia per le sue ricchezze minerarie, che per l’estensione delle sue foreste, indispensabili per l’assorbimento della CO2 - e quindi per il contrasto al riscaldamento globale - e presidio contro la perdita della biodiversità.

Da quanto risulta, ENI sembra orientata a costruire una centrale elettrica a metano, a realizzare una piantagione per la coltivazione della palma da olio (utilizzabile per usi alimentari e come biocombustibile) e ad estrarre petrolio dalle sabbie bituminose in un’ampia zona del Paese. Per quest’ultimo progetto, le esplorazioni sono già iniziate.

La centrale elettrica potrebbe avere i suoi risvolti positivi: le multinazionali che estraggono petrolio inquinano da decenni uomini e cose con il gas flaring, cioè con la combustione sconsiderata, a cielo aperto, dei gas che spesso accompagnano il petrolio nei suoi giacimenti (fig. 2). La combustione produce diverse sostanze pericolose, quali anidride solforosa e particolati contenenti idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti. I particolati si depositano dappertutto, con effetti devastanti. Con la costruzione di una centrale elettrica, almeno una parte di questi materiali gassosi potrebbero avere un destino più nobile e meno impattante: il metano ed altri idrocarburi leggeri sarebbero utilizzati come combustibile, mentre le sostanze organiche solforate e gli idrocarburi pesanti sarebbero smaltiti necessariamente in modo alternativo al gas flaring.

Più problematico si presenta il progetto per la coltivazione della palma. Ben 70mila ettari sarebbero destinati a questa monocoltura: la piantagione più estesa di tutto il continente.

Addirittura devastante appare il progetto dello sfruttamento delle sabbie petrolifere, il primo progetto del genere per il continente africano. Non si sa dove esattamente ENI abbia intenzione di cominciare, dato che il territorio finora esplorato è molto vasto. Né si sa se ENI intenda estrarre il petrolio dalle sabbie dopo asporto oppure in situ. Una soluzione peggiore dell’altra.

Già da qualche anno si cerca di estrarre il petrolio da sabbie bituminose, ma la sola esperienza significativa al mondo in questo genere di estrazione è quella della provincia di Alberta, in Canada. Un disastro: distruzione delle foreste boreali, inquinamento dell'aria e delle risorse idriche e pesanti impatti per le comunità locali. La foto della fig. 3, tratta dal sito di Greenpeace Italia, è significativa.

La produzione di un barile di petrolio derivante dalle sabbie bituminose provoca dalle tre alle cinque volte più emissioni di gas climalteranti rispetto alla media di un barile di greggio convenzionale (con le avvertenze che c’è petrolio e petrolio, come riportato nella scheda a parte). Per inciso: anche per questa ragione il Canada ha la più alta quantità di emissioni di gas climalteranti di tutti i Paesi del G8.

Infine, il processo è fortemente energivoro e molto costoso.

E allora, perché questo genere di estrazioni? E’ presto detto: il petrolio cosiddetto convenzionale comincia a scarseggiare e la situazione è in progressivo (e ovvio) peggioramento. La fame rende poco schizzinosi.

Il progetto dell’ENI preoccupa anche per un altro motivo. Quella del Congo Brazzaville è una storia di corruzione e conflitti, causati proprio dai tanti interessi legati alla presenza del petrolio. Il Paese inoltre non ha la capacità di mettere in atto le sue leggi ambientali, che sono molto blande, se non inesistenti.

Dunque, l’incontro di Milano si presentava come un’ottima occasione per discutere, pacatamente e in modo documentato, su questo importante investimento di ENI. Grazie anche alla presenza di esponenti importanti della società civile del Congo Brazzaville: Christian Mounzeo, direttore del Reseau pour la Paix et les Droits de l'Homme, Brice Makosso, direttore della Commissione Giustizia e Pace della Repubblica del Congo, e Sarah Wykes, ricercatrice e attivista nelle campagne sulla responsabilità sociale delle imprese, sulla corruzione e i diritti umani.

Makosso ha rivelato di aver posto ai responsabili di ENI in Congo una lunga serie di domande. Ogni volta la risposta è stata: “Non possiamo dire nulla senza che ce lo permettano da Milano”. Li hanno presi in parola e sono venuti a Milano. Apposta per incontrarli. Ma i responsabili di ENI, che pure avevano assicurato la loro presenza, all’ultimo momento hanno fatto sapere che non si sarebbero presentati. Una crisi di timidezza, o paura di partecipare ad un dibattito pubblico a carte scoperte?

Qualcuno degli organizzatori ha commentato: “Tra la brutta figura con noi e quella davanti all’opinione pubblica, ENI ha preferito quella per lei meno problematica”. Questa supposizione è avvalorata dal fatto che un componente dell’Ufficio Pubbliche Relazioni di ENI si è premurato di informarsi sulla presenza di giornalisti. E’ apparso molto sollevato nel sentire che ben pochi erano gli organi di informazione che si erano interessati all’incontro (per inciso: questa latitanza la dice lunga sullo scarso interesse che le problematiche ambientali e i rapporti Nord-Sud esercitano sui mezzi di informazione in Italia).

La latitanza di ENI non si accorda bene con gli sforzi che la multinazionale sta facendo per continuare ad essere ritenuta la compagnia petrolifera più sostenibile del pianeta. Di recente il suo amministratore delegato, Paolo Scaroni, ha chiesto ai delegati del Leadership Forum delle Nazioni Unite tenutosi a New York di agire per porre un argine ai cambiamenti climatici. Molto più esplicito e “compromettente” il Bilancio di Sostenibilità 2008, che si può leggere sul sito ufficiale di ENI. Solo parole?

A questo punto, anche per la mancanza di un contraddittorio, è difficile dare torto a Gudrun Benecke della Heinrich Boell Foundation: “Questi progetti dell'Eni mettono seriamente in dubbio le sue credenziali di tutela dell'ambiente”. Benecke ritiene importante evidenziare gli alti costi ambientali connessi a tali investimenti: “Si tratta di attività estrattive che richiedono molta energia e che provocano l'emissione di grandi quantità di anidride carbonica, per di più in aree molto sensibili dal punto di vista ambientale e con forme di governo non all'altezza”.

Per Elena Gerebizza, della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, i nuovi progetti dell'Eni evidenziano la mancanza di controllo da parte del suo principale azionista, lo Stato italiano. “L'Italia ha un’evidente responsabilità nell'assicurare che l'Eni consideri con attenzione gli impatti sull'ambiente e sullo sviluppo dei suoi investimenti e non operi contro gli interessi nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra”.

Ma se non interviene il Governo italiano, lo possono fare gli azionisti di ENI: le multinazionali sono sì dei giganti, ma con i piedi di argilla. Stanno in piedi fino a che noi, consumatori e risparmiatori del Nord del mondo, glielo permettiamo. Da anni ormai abbiamo la possibilità di orientare i nostri risparmi e i nostri investimenti in modo che siano compatibili con il nostro amore per l’uomo e per l’ambiente. Gli strumenti di finanza etica ci sono, e funzionano bene. Usiamoli.

 

Franco Delben

 

 

 

Breve scheda sul petrolio “convenzionale”

 

Estrarre il petrolio cosiddetto convenzionale può essere più o meno complicato, a seconda della profondità del giacimento, della tipologia delle rocce che lo imprigionano e della pressione che le rocce sovrastanti e/o i gas intrappolati con il petrolio esercitano sul petrolio stesso. Quasi sempre, all’estrazione “primaria”, nella quale il petrolio esce spontaneamente dopo perforazione per effetto di tale pressione “naturale”, seguono fasi successive, con introduzione nel giacimento di fluidi via via più densi e viscosi, in modo da massimizzare il rendimento.

Inoltre, più che di petrolio, in realtà si dovrebbe parlare di diversi tipi di petrolio che vengono estratti dai giacimenti. I parametri principali, che incidono sulla resa in idrocarburi utilizzabili come combustibili (benzine, cherosene ecc.) e sulla facilità della lavorazione, sono essenzialmente due: la densità, legata alla frazione in idrocarburi ed altre sostanze organiche ad alto peso molecolare, e la presenza di inquinanti scomodi, quali zolfo e suoi derivati.

Inoltre, nell’economia del processo di estrazione è molto importante la storia del giacimento. Ad esempio, alcuni giacimenti sono stati “coltivati” male all’inizio del loro sfruttamento, per cui è stata compromessa definitivamente la possibilità di estrazione del petrolio rimanente. Per questa ragione, in alcuni casi più della metà del petrolio originariamente presente non può essere estratto, almeno con le attuali tecnologie.

Il petrolio estratto deve essere raffinato in loco oppure trasportato altrove per la raffinazione. Anche il percorso degli oleodotti o la rotta delle navi petroliere sono fattori importanti.

Questi sono i motivi principali per i quali il petrolio ha diverse quotazioni a seconda di dove viene estratto. Il più redditizio è il petrolio estratto da terreni facilmente perforabili, presente in giacimenti superficiali, leggero e a basso tenore di zolfo. Detto per inciso, il petrolio che si estrae dalla maggioranza dei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Iraq, Iran, ecc.) è proprio di questo tipo.

http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_del_Congo

Fig. 1 – Pianta del Congo Brazzaville

http://en.wikipedia.org/wiki/Gas_flare http://www.giann.net/?tag=petrolio

Fig. 2 – Esempi di gas flaring

Fig. 3 - Estrazione del petrolio da sabbie bituminose nella provincia di Alberta, Canada (foto tratta dal sito ufficiale di Greenpeace Italia)




<< torna all'homepage

COMMENTA L'ARTICOLO

STAMPA L'ARTICOLO